IL NATURALISMO MODERNO DISCORSO INAUGURALE Pronunziato il di 15 Novembre 1866 nell’Università di Napoli da SALVATORE TOMMASI Prof, di Clinica Medica. (Estratto dal Morgagni) NAPOLI STABILIMENTO TIPOGRAFICO GIIIO 1866 Signori Professori, Giovani egregi, Sono già trascorsi 22 anni che io ebbi l’onore di salir que- sta Cattedra in quest’ Aula medesima ; e ora non rivedo più nessuno di quegli Illustri Professori di allora, salvo un solo che mi ha preceduto di pochi mesi e che ora onoriamo tutti come nostro Rettore.—Io dunque mi presento come una vec- chia memoria dinanzi ai miei illustri Colleghi di oggi ; e ben- ché secondo di merito a tutti, e secondo a molti nella mia po- sizione legale di Professore non ostante i 22 anni, pure son certo di supplire al merito con la forza sostenuta della mia volontà e col profondo sentimento del dovere. Non so se l’argomento che ho prescelto sia degno di questo illustre Consesso e di questo giorno auspice agli studii e alle speranze della Patria rinnovata. Ma io non son capace di di- scorsi enciclopedici che possano equamente soddisfare all’ in- dirizzo di ciascun insegnamento. Del resto, m'è parso che il naturalismo moderno abbia oramai un abito abbastanza scien- tifico per poterne parlare in un discorso inaugurale. — Esso riassume in sé stesso 1’ avviamento più cospicuo agli studii 4 d’oggidì e ogni germe possibile di vero e rapido progresso; e l’uomo moderno in questo indirizzo rifa i suoi spiriti e ri- prende quella febbrile operosità che si desta nell’ animo al con- tatto immediato della natura e della realtà. Onde la potenza del naturalismo é pure come un istrumento pedagogico, che predispone a studii vigorosi ed attivi, mette in azione tutto T essere umano, rende serio ciò che tocca e ci allontana per sempre dal dogmatismo, in cui talvolta è trasceso il puro idea- lismo metafisico. Oggi ci vivifichiamo ogni giorno alla sorgente purissima della realtà studiata con 1’ osservazione e l’espe- rienza; e il presente movimento delle Scuole e de’Gabinetti trae origine appunto dai diversi orizzonti scientifici, che si af- facciano e succedonsi a brevi intervalli da smaccare quel tale quietismo dottrinario sotto la cui ombra ufficiale son vivute cen- tinaia di generazioni umane! Onde ad esse la vita parve breve e quasi ombra fuggevole, e a noi, che la sentiamo rinnovarsi nelle profonde, vestigia che la scienza imprime ogni giorno sul gran Libro della natura, ci si multiplica siffattamente che a ri- scontro de" nostri bisavoli a noi sembra d’esser già vissuti più secoli! E notiamo un’altra cosa: — Noi questo sentimento di pienezza del nostro essere lo possediamo dal momento in cui abbiamo smesse le sublimi pretensioni delle origini e de’prin- cipii dai quali dovea esser dedotta tutta la scienza della na- tura, e in cambio s’ è adottata l’insegna della modestia, della serietà e della rassegnazione ad accogliere anche quei veri che per avventura offendano gli orgogli gentilizii ! — E cosi pare siasi verificato su di noi il detto di Gesù Cristo, raccontato da S. Matteo negli Evangelii, che i soli poveri di spirito hanno diritto al Regno celeste ! I. Io non posso dissimularmi il rimprovero che si fa oggi al naturalismo di essere in fondo nient’altro che materialismo rinnovato. Dicono — il materialismo spunta ogni giorno dalla scienza della realtà studiata col vostro metodo sperimentale e induttivo ! « Voi con questo metodo solo state riducendo in « briccioli l’uomo e la natura: voi fate cataloghi e non scien- « za, voi dunque c'impoverite ogni giorno. E se il mondo do- te vesse camminare colostri piedi voi ci ridurreste nelle condi- ti zioni dei Papusi dell’Australia.» — Esagerazioni e malintesi! Certo è che l’indirizzo materialistico questa volta non è nato come un sistema di fdosofia, ed è certo altresì che noi natu- ralisti non possiamo farne di meno — noi non possiamo sorpas- sare i confini dell’ esperienza. — Entro questi confini soltanto sappiamo muoverci e vogliamo muoverci, e pretendiamo di più che nessuno osi di arrestare o deviare o rallentare i nostri movimenti. La metafisica, se lo crede, passi oltre, e noi la ri- spetteremo, ma a noi ci lasci fare, perché al contrario de’rim- proveri che ci si fanno, abbiamo già mostrato di saper fare. Si chiamino pure materiali i progressi promossi dalle scienze na- turali , ma nella loro materialità hanno tal potere che lo spirito del mondo n’ è stato rinnovato in pochi lustri ! Non voglio dire con questo che io intenda di proclamare di- vorzio tra le scienze naturali e le speculative e le morali, qua- lunque possa essere la grande povertà delle mie parole : al contrario la natura e Tuomo, la geologia e la storia compon- gono necessariamente un tutt’organico; e non c’è bisogno di trovare il principio dell’ unità per poterla affermare così in- tuitivamente. Che meraviglia adunque che il filosofo abbia a imprestare dalla sola esperienza il materiale o il contenuto de’suoi concetti universali; e d’altra parte che i naturalisti riconoscano anzi invochino una forma ideale al frutto delle loro esperienze? Nessuno di noi deve rifuggire dal nobile de- siderio di organare le diverse parti del sapere, e sta bene che questo sapere svariato armonizzi con le leggi del pensiero. Il Naturalista sotto questo punto di vista vorrebbe esser filo- sofo anche lui ! Le leggi del pensiero si devono riconoscere nella scienza della natura, ma non devono precederla. La qui- slione adunque è del prima o del dopo ; e per noi nessuna in- tuizione può sostituirsi ai fatti ricercati colf esperienza e alle loro leggi. Non si nega qualche ardita combinazione o concetto della ragione pura sulla natura e sulla storia, che in seguito Tesperienza ha confermato in qualche parte; ma, come ben dice il Zimermann : « se Y idealismo ha talvolta fecondato lo « studio della natura e della storia, egli è che la natura e la a storia aveano innanzi fecondato segretamente la speculazione « del filosofo. )) Non si negano neppure dei riscontri curiosi tra alcune forme di certe filosofìe e alcuni nuovi indirizzi del pre- sente naturalismo. Se i fisici proclameranno l’unità della ma- teria, ad esempio; se un giorno potranno ammettere che l’etere indeterminato col suo movimento indeterminato è divenuto ma- terie e forze determinate, ecco, si dirà, la filosofia greca l’avea preveduto. L’acqua di Talete o il foco di Eraclito — materia universale e unica — corrispondono all’etere de’ moderni. E si potrà anche rilevare che la dottrina meccanica della fisica mo- derna sia stata prenunciata dagli atomi rotondi di Leucippo in- vasati di movimento continuo, e i fenomeni naturali essere de- terminati dall’ordine e dalla posizione degli atomi! Ma questi concetti generali, concepiti fuori dell’esperienza, non hanno esercitato nessun potere sul progresso ; e per es- sere rispettati han dovuto rimanere nella loro nuda generalità. Quando si sia osato di esplicarli e di applicarli s’è caduto su- bito nel falso. La formula filosofica dell'indeterminato, che precede la 7 determinazione empirica, potrà essere accettata con piacere anche dai naturalisti. Intanto pochi anni sono vigeva in fisio- logia la dottrina de’cistoblastemi: materie chimiche comples- se, ma liquide, dalle quali si teneva che per un processo speciale di apposizione delle molecole intorno a un gruppo di granulazioni sorgesse la cellula, che è la forma primigenia e fondamentale di qualunque organismo. Ebbene, o Signori, si ripeteva: ecco l’indeterminato che si determina, ecco la vir- tualità chimica diffusa e indistinta che si accentra e si specifica: e ciò sembrava un trionfo per la formula anzidetta. Quando sorge il Virchow colf omnis cellula e cellula e nega la sua ge- nerazione spontanea ! La dottrina del Virchow oggi è consen- tita dai più, e quindi il cistoblastema se n’ è ito in compagnia deir indeterminato, e noi s’ha da far capo sempre a un- parti- colare molto sottilmente determinato, che è la cellula. Questo tipo ce lo troviamo sempre dinanzi per quanto penetrassimo addentro e ricercassimo le origini. Ecco adunque quale sia a mio avviso la relazione necessa- ria tra le scienze naturali e la filosofia. Questa idealizzi i dati deir esperienza; si elevi a criticismo ed elimini o dimostri il contraddittorio delle nostre conclusioni. Noi d’altra parte dob- biamo esser rinchiusi sempre in quella cerchia che ho detto: se la sorpassiamo si cessa di esser naturalisti. Noi, si sa, pro- cediamo d’ordinario per via d’induzione: — noi siamo della scuola di Galilei. — Sappiamo assai bene che la natura è più ricca dell’esperienza, e le istanze baconiane, onde si fa uso, domani potranno esser contraddette da un fatto negativo. Eb- bene, pazienza, si comincia da capo! Oggi però la scuola di Galilei ha cultori numerosi in tutti gli angoli della terra : i mezzi sperimentali crescono ogni giorno di finitezza e di pre- cisione: le dottrine avverate sono già molte, e queste servono di critica e di riprova ; e la matematica viene oramai annovera- ta tra le scienze naturali. E d’altra parte il metodo è qualche 8 cosa di serio, ma noi non ci fondiamo sul metodo o sopra un dato metodo: l’importante è la ricchezza de’fatti che noi siamo arrivati a conoscere, è l’abbondanza della materia che sotto- poniamo al metodo ; e questi fatti, come ben ridette un fdosofo moderno, non sono poi tanto quisquilie e minutaglia; non sono soprapposti e affasciati o disgregati, ma armonizzati tra loro da leggi naturali. C’è la logica de’fatti, che nella sperimenta- zione tante volte si manifesta coi fatti stessi, e la relazione sta con loro e dentro di loro. Le cose possedono una sostanza an- che senza la percezione. Capisco bene che queste relazioni le dobbiamo veder con la mente, e il necessario dovrà esser po- sto dalla ragione; e ammettiamo ancora che quando si va alla sperimentazione ci si va provvisti di qualche idea direttiva — Questa idea potrà essere aneli’ essa un’ idea nata dalla espe- rienza, e potrà essere un’ idea di ragione. Noi ce ne serviamo allo stesso modo, e non abbiamo scrupolo di adottare talvolta il metodo deduttivo. L’uno e l’altro: l’analisi e la sintesi, i riscontri e le riprove, le analogie e il principio di contraddi- zione; da ultimo il consentimento di tutti gli osservatori, cia- scuno de’quali ha proceduto a suo modo. Noi ammettiamo tutti i processi e tutti i soccorsi della ragione pura a patto però che non perdessimo mai di vista la sorgente vera del nostro sapere, che è l’esperienza. II. Signori, nel principio di questo secolo e nello scorcio del- l’altro le scienze naturali non si mossero liberamente. Grandi osservatori, uomini di genio, creatori di nuove scienze! Ma in mezzo a questi prodigi dell’ intelligenza umana c’ era però qualcosa di superiore o di tradizionale o di ufficiale che s’in- frammetteva soventi e rompeva la spontaneità delle ricerche 9 e contrastava talvolta alla libertà delle conclusioni. Al contra- rio nella seconda metà di questo secolo il naturalista ha acqui- stato la coscienza completa della sua missione : — egli s’è svin- colato dal passato e dall’ avvenire : non ha più nè riguardi, né timori: egli è l’uomo del presente — è un operajo che ricerca la verità nel seno della natura.— Egli crea l’avvenire con le sue ricerche, ma non deve sapere ora a che riusciranno, non deve vederlo col telescopio, ma vederlo e toccarlo lui quando ci sia arrivato. E similmente non deve e non può esser governato da nessun ordine d'idee che segni idealmente tutto il cammino che deve fare: egli non crea ma ricerca la scienza, e la ricerca de die in diem. Gli studii anatomici e fisiologici ripresero nuova lena nel principio di questo secolo c si estesero a tutto il regno ani- male e vegetale; ma le vecchie e le nuove idee speculative ci s’intromisero di buon'ora, evenne alla luce la fisiologia del Burdack! Chi di noi non ha farneticato per qualche anno! Però l’ebbrezza giovanile, come la febbre, eleva il termometro della vita, ma consuma a un tempo i rigogli sulfurei della nostra natura, e ci rimette nel vero! Quindi oggi siamo per- suasi che la logica de'fatti s'ha da trovarla noi, e s’è smessa come inutile a noi, anzi come imbarazzante ogni dottrina vi- talista e teleologica. — L'idea della funzione non precede l'organo, ma é un prodotto dell’attività dell'organo. — Noi non si può ammetter altro — se l’ammettissimo sorpasseremmo noi stessi; — e d’altra parte la dottrina de'fini o ricopre la nostra ignoranza sotto le forme speciose di una spiegazione apoditti- ca, o senza esperienza abbrevieremo il cammino e tradiremo la nostra missione col sottomettere le condizioni di un organo alla sua idea funzionale. Noi invece accettiamo, ad esempio, la cellula germinale confò, determiniamo le condizioni del suo sviluppo possibile, e fissiamo le leggi dello svolgimento embriogcnico. Se oltre a ciò intrapponessimo nella mistione cellulare una causa liliale, noi non ci avremmo guadagnato nulla, nè questa sarebbe una spiegazione naturale. Io desi- dero, o Signori, di esser compreso con discrezione. Io non voglio entrare nelle grandi quistioni: io non nego e non affermo il piano ideale e razionale della natura : dico però che in quanto naturalisti non dobbiamo brigarcene: — noi dobbia- mo ricercare nell’ordine de’ fatti naturali e non presupporre nulla ! Non era nè anche naturale 1* iperchimismo a cui avevamo assoggettata la materia organica, e nondimeno ci parca di aver toccato il cielo col dito quando dicevamo con enfasi poetica ( egli è la vita che manipola questa materia e la rende atta « a sè stessa » — Ebbene, il ciclo di questo fantasma s’è com- piuto in pochi anni, e la chimica comune s*è riconosciuta nel- l’organismo con tutte le sue leggi, e ogni forma di dualismo è scomparsa. La materia è essenzialmente attiva e la forma della sua attività costituisce la sua sostanza. In questo gran principio oggi convengono tutti, ed esso solo riunita dalle fondamenta il concetto fisico della materia tanto nel cristallo quanto nella cellula organica. Signori, la scienza dell’organismo ha contribuito quanto la fisica e la chimica a riconoscere l’universalità e la neces- sità delle leggi naturali. V organismo sotto forme diverse è governalo dalle medesime leggi, e il tipo della forma orga- nica è identico in tutti gli esseri vivi. Si tratta sempre di con- dizioni diverse, di combinazioni diverse e di forme allotropiche della materia; e da questa infinita diversità, che è appunto il gran problema della chimica, della fisica e della fisiologia, rampolla la vita cosmica e la vita individuale. — La medicina è entrata aneli’ essa in quest’ indirizzo: la forma morbosa è un’allotropìa della forma sana; e quindi la patologia con le sue quiddità specifiche e con le sue leggi miracolose, poiché pretende che l’organismo smetta la sua natura per assumerne 11 un’ altra quando ammali ( e ciò é appunto 1’ essenza del mi- racolo ), oggi è divenuta un romanzo. Intanto la dottrina cellulare ha acquistato Y importanza di un principio. Come nacque la prima cellula nel mondo noi non conosciamo : — fin oggi pare che non ne nascano spontanea- mente, come non nasco’no nuovi animali e piante, ma una lai quistione è tutt’ altro che risoluta. — Potrebbe venire un momento nel quale si dovesse riconoscere la generazione spon- tanea e si potessero perfino determinare le condizioni essen- ziali. Certo è fin da ora che la cellula è Y organo universale della vita, perchè è Y ambiente necessario del movimento chimico dell'organismo. — Non é dir molto lo affermare che Schwann, l’autore della dottrina cellulare, sia lo scopritore di un nuovo universo. Immaginate V indefinito dell’ attività cellulare ; — dalla cellula, che col mezzo della luce produce la clorofilla e tutti i colori delle piante, alla cellula che col contrarsi sviluppa nei muscoli tanta potenza meccanica, a quella che genera il principio colorante del sangue, a quella da cui germoglia un nuovo organismo simile in tutto all’or- ganismo genitore, a quella che o genera o è ministra del pen- siero, e poi a quella che scompone questo nostro organismo o in forma di peste o di febbre gialla o di cholera! III. Air unità della forma organica ha tenuto dietro l’unità delle forze fìsiche, e innanzi a quest’altra unità panni s’intrav- veda di lontano anche l’unità della materia. Io m’imma- gino in un istante di fantasia, perdonatemi, che la legge delle sostituzioni nella chimica organica e il fenomeno deir allo- tropìa sieno i due messaggierì di quest’ altra trasformazione della fisica. 12 Signori, il concetto meccanico delle forze, il principio dell e- quilibrio c della compensazione scambievole di tutti i movi- menti,, T inviolabilità delle forze come l’indistruttibilità della materia sono rappresentate dalla circolazione della vita nell’ u- niverso. Il circolo della vita sgomenta forse la metafisica, ma il naturalista, che smarriva i sensi nell’infinito di lina linea retta, oggi s’è raccolto in questo circolo immortale e gli pare di trovarsi nel suo trono! E non è solo il naturalista che ci si trovi o il matematico, ma T industriale, il fisiologo e forse anche f economista. La trasformazione delle forze secondo rapporti fìssi, secondo le leggi della meccanica, è divenuta il motore principale del progresso, perocché Y uomo può fino a un certo punto ecci- tarla e regolarla; e tra poco dovrà sorgere un nuovo ramo di scienza, che avrà per titolo economia meccanica della vita! L’organismo nella sua continua operosità spontanea e vo- lontaria non si consuma ma si trasforma. Però le trasfor- mazioni arrivate a un punto sorpassano i confini della nostra esistenza individuale, e per il nostro interesse equivalgono a una vera consumazione. Si tratta dunque di restituire a noi stessi tanto movimento chimico e meccanico uscito fuori di noi: si tratta di rifonderne tanto che basti perchè noi po- tessimo convertirlo ai nobili usi della vita anzi che ad accu- mular carne e adipe inutili. — Il gran principio della trasfor- mazione e della equivalenza governa l’organismo come la na- tura, ma noi saremo sempre indietro ai tìsici nella esattezza scientifica, perocché gli atti della vita nò si misurano col me- tro, nè si pesano con le bilance. — Per noi adunque la ma- tematica, destinata a ricercare i rapporti fissi e 1’ equivalenza nella trasformazione, è inapplicabile, ma non sarebbe meno precisa e sicura nei suoi risultamenti se si potesse. Chi sa dirci quanta forza chimica di sangue e di ossigeno costi l’im- peto di una passione generosa o la profonda visione del bello o 1' originalità di un pensiero, o i lampi fulminei di un guer- riero- nelle patrie battaglie? Chi saprebbe misurare la ver- gogna delle libidini umane dal sangue, dai nervi e dai mu- scoli che ci si logorano, e che l’uomo virtuoso sa convertire ogni giorno in progresso di sé medesimo e in beneficio del suo simile? Signori, ciò che vi dico dev’ essere consentito da qualsiasi spiritualista: — la mente ha bisogno di sangue rutilante e ric- co, e che questo sangue la scuota con sufficiente pressione. Un giorno il Rosmini, logoro meno dagli anni che dai forti stridii, mi domandava perchè accadesse che da poco in qua egli fosse capace a concepire con vivacità e con precisione unicamente poco tempo dopo un buon desinare; e io risposi allora come ho detto sù, e l’illustre filosofo se ne persua- deva di leggieri e anche troppo, poiché durò altri due anni in quest’ abitudine de’ maggiori studii dopo il pranzo. Il rigo- glio chimico del sangue e la pressione accresciuta del cuore gli sostenevano il vigor della mente, ma a scapito delle altre funzioni. Egli dunque abusò della trasformazione delle forze organiche, sconobbe l’economia meccanica della vita e mori innanzi tempo. La sorgente immediata del nostro movimento organico è f ossigene che respiriamo e gli alimenti; dove il movimento della pianta si ricongiunge più direttamente col sole—con la gran sorgente delle forze naturali e della vita planetaria.— Un raggio di luce vale per le piante quanto un’ ispirazione di ossigene per gli animali, ma nel vegetale la luce diventa movimento nutritivo, e 1’ ossigene nell’ animale movimento riduttivo, perocché la pianta è il laboratorio della materia organica, e l’animalità si risolve in azioni molteplici, che sorpassano la sfera della propria individualità. Gli alimenti dunque e 1’ ossigene, due gran sorgenti di azioni chimiche, si appuntano negli elementi staminali de’ nostri tessuti ; c questa duplice sorgente di movimento nell’ ambiente or- ganico diventa secrezione nelle glandole, azione meccanica ne’ muscoli, potenza digerente nello stomaco, facoltà sensi- fera nei nervi e via via. L’ azione funzionale adunque nasce dal cambiamento chimico, e questo crea il bisogno di nuovi alimenti e nuovo ossigene. Il cervello con le profonde medi- tazioni si consuma al pari de’ muscoli col prolungato lavoro meccanico, e il fosforo cerebrale accresce nelle urine la quan- tità de’ fosfati alcalini. Ripariamo largamente a questa consu- mazione, e aumenterà in proporzione il prodotto funzionale; e una parte di questo prodotto si riconverte in movimento chimico e morfologico per trasformare in forme atletiche il muscolo, e per aumentare la massa cerebrale e ingrandire il Panteon deir intelligenza, che è la Fronte. Noi non sappiamo dire fin da ora quali saranno le conse- guenze sociali dell’ economia meccanica della vita applicata air educazione de’ popoli, perocché in questa forma di studii siamo tuttavia in sul principio. 11 fatto vero e fondamentale però lo conosciamo, e cioè che le sorgenti del movimento vitale devono riuscire a poterci dare quattro grandi prodotti: l’ener- gia della volontà e del pensiero, la forza sostenuta di nobili e generose passioni e il lavoro meccanico de’ muscoli. Queste quattro forme sociali della vita umana vanno però, soggette aneli’esse alla legge fatale della compensazione e dell’equiva- lenza, onde di tanto prevale l’una di altrettanto si abbassano le altre. L'economia meccanica congiunta alla pedagogia do- vranno regolarle e proporzionarle, tenendo conto di tutte le sorgenti della vita. Non è solamente l'azione chimica dell'os- sigene e degli alimenti, che decide delle forme della nostra operosità, ma ci sono ben altre sorgenti di forze, e tra queste non bisogna metter da parte le sorgenti morali. Un profondo dispiacere può alterare il nostro cervello materialmente come un colpo di scure, e la mente si nutre di educazione e degli 15 studii altrui come il muscolo si nutre degli albuminati del sangue. Una lezione nostra da queste cattedre non si converte forse in movimento equivalente nel cervello e nello spirito di questi egregi giovani? Infatti le sorgenti del movimento vitale, oltre l’ossigene e gli alimenti, sono diverse:— Tatto iniziale o il movimento materiale di sani e robusti genitori trasmesso nella sostanza germinatrice, e che decide in gran parte dell’avvenire del figlio: l’educa- zione e l’ambiente morale e sociale nel quale siamo obbli- gati a vivere, e il largo e sottile uso de’sensi. Io non posso svolgerle queste sorgenti, richiamo però T attenzion vostra sui sensi. Prevale anche oggi il detto aristotelico del nihil est in in- tellectu quod prius non fuit in sensibus. I sensi sono le porte dello spirito, mi diceva un vecchio Francescano mio Maestro di logica 37 anni fa, nel mentre mi dipingeva Lock e Condil- lac come due mostri. Intanto però queste porte dello spirito non sono state mai considerate sotto il punto di vista dell’in- violabilità delle forze. — Ecco, o Signori, a che momento ci troviamo nell'ordine delle scienze sperimentali. L’impondera- bile o il fluido nerveo è stato sepolto da un pezzo, e Fazione nervosa si riduce a un movimento di molecole ponderabili del cilinder axis e del contenuto della cellula nervosa. E limitan- doci ai sensi, chi eccita i movimenti sensoriali? Le impressioni. E cosa sono queste impressioni se non altrettanti movimenti di qualità diverse che ci vengono dal di fuori? Ecco una prima trasformazione di forze corrispondente alla disposizione mole- colare dei rispettivi nervi sensoriali. E dove confluisce tanto e sì prodigioso movimento di tutti i sensi in esercizio se non nel cervello? Certo, i singoli movimenti, o siamo materialisti o spiritualisti, si devono trasformare in sensazioni: queste sono gli equivalenti di quelli. Ma non mi basta: credo T intensità e la moltiplicità de’ moti sensoriali non possa arrestarsi ne' loro gangli rispettivi: deve propagarsi oltre e trasformarsi, peroc- ché una data sensazione mi riempie talvolta lo spirito, e mi rende passionato, e reagisce sui nervi motori e mi agita e convelle. Ecco altrettante trasformazioni, compresa quella in movimento chimico, perocché la compage cerebrale si deve risolvere contemporaneamente in combinazioni di riduzione. Signori, noi siamo entrati in un altro universo, e voglio uscirne il più presto. Questa nuova dottrina però conferma l'antica, e una gran parte- della nostra educazione special- mente negli anni giovanili consiste nell’ aggiustato e ben diretto esercizio de'sensi. Il cranio sotto un .tal punto di vista è il gran condensatore di queste forze sterminate. Se fosse dato all’uomo di convertire in equivalente meccanico tutti i movi- menti sensoriali accumulatisi in 48 ore di quanti oggi siamo riuniti in quest' aula, chi sa per quanti chilometri una locomo- tiva senza carboni sarebbe capace di trasportarci tutti ! ! IV. Signori, io mi sono assunto l’obbligo in questo giorno di esporvi non già i progressi speciali delle singole scienze natu- rali , sibbene le trasformazioni principali che queste scienze hanno subito nel giro di pochi anni. Permettetemi adunque che io entri in altri argomenti. Ai tempi del celebre Cuvier, uno de' più autorevoli legi- slatori della scienza, s’era, non che trovato, nè anche concepito il gran capitale del tempo. La terra e i suoi abitanti erano nati da poco: la grande ipotesi del Kant e del Laplace sul fuoco centrale, deificando il vulcanismo, accreditò i grandi e subitanei cataclismi della terra, e fece inventare le creazioni in- dipendenti e successive degli esseri vivi tante volte per quante al Dio Vulcano o al Dio Nettuno piacque di inabissare tutte 17 le creature nei loro vortici o d’acqua o di fuoco, e di rinnovare da capo a fondo la superficie terrestre. D’altra parte le specie viventi per essere fisse e immutabili non aveano mai sentito il bisogno di conati laboriosi onde ar- rivare a quel punto dove si trovano ; e così tutto era facile e aggiustato alla comodità de’ naturalisti. La stessa antropolo- gia ci si era adagiata con piacere ; e ispirandosi unicamente alla storia dei sei o sette mila anni, e misurando col metro della razza ariana tutte le altre, quasi le pareva di aver riso- luti i problemi più ardui dell’umanità. Vane illusioni! sogni da credenti! Il Lyell, il più celebre de’ geologi viventi, 34 anni or so- no, guidato dallo studio de’fatti e dalla logica della scienza, dubitò de’miracolosi cataclismi della terra, cancellò le sezioni distinte e quasi indipendenti nelle quali era stata divisa la sua storia fisica, e cercò di sottometterla alle leggi conosciute della natura, a quelle medesime leggi e potenze che sono anche oggi operative, e che a traverso centinaja di milioni d’anni hanno dovuto lentissimamente produrre effetti smisurati. L’avvia- mento dato dal Lyell, se non m’inganno, oggi è seguito da tutti; e geologi e paleontologi informano le loro ricerche c le loro dottrine su questo principio, e per fino il nettunismo de- tronizzato sta ricuperando i suoi diritti. Io sono persuaso che l’opera del Lyell ha rinnovato lo spirito della geologia: e credo pure che la chimica, che una volta veniva invocata per analizzare qualche roccia, oggi deve accingersi essa medesima e unitamente alla fisica a ricostruire la geologia. — Ogni giorno più l’origine della terra si allontana nella eternità de’secoli, e i terreni una volta primitivi a petto di altri più antichi sono oggi secondarii. Codesto é stato recentemente dimostrato dal Lyell medesimo nel Canadà nella formazione così detta lau- renziana, dove uno strato fossilifero di rizzopodi si mostra antico (pianto qualunque altro terreno conosciuto nel vecchio continente, e più ancora, qualificalo per azoico da lutti i na- turalisti. Badiamo adunque: le origini si allontanano e la cor- teccia terrestre è molto più profonda di quel che si credeva negli anni scorsi, e cioè che la temperatura terrestre crescesse di un grado centigrado ogni 32 metri di profondità. Questa osservazione fors’ è sbagliata, e allora sarebbe sbagliato anche il calcolo che a una data profondità i granili e i basalti do- vessero trovarsi fusi c finisse qui la corteccia e cominciasse da questo limite il foco centrale. Chi sa clic la terra non sia stata e non sia, come dice il Volger, un eterna edificazione e un’ e- terna demolizione ! V. La progressione continua degli esseri vivi in una sola serie e la fissità della specie ! Ecco due dottrine zoologiche sulle quali comincia a diffondersi il nero dubbio; e ciò basta perché si ricominci- da capo un lavoro arduo sopra un argomento che già s’era messo da parte. Rispetto alla prima tesi, non si deve negare lo sviluppo progressivo: —i mammiferi fossili non si troveranno mai nel terreno siluriano e devoniano sì ricco di tipi invertebrali e di qualche pesce : la grand’ epoca de’ Marsupiali ha preceduto di sicuro quella de’mammiferi placentari; e 1’ uomo ariano e sopratutto l’uomo moderno è sotto tutti i rispetti superiore a quello che convisse coll’orso delle caverne e coll’elefante primigenio. Il progresso c’ è, ma l’è un progresso dell’ insieme; l’é un progresso visto a volo d'uccello; Té come quello dell’ umanità ! Quando poi si studii i particolari della paleon- tologia e de’viventi si trovano serie soprapposte, parallele , o divergenti, che pure s’intrecciano talvolta e hanno relazioni molteplici di affinità naturali con quelle che le precessero. 19 L’ideale desidera che il vegetale avesse preceduto per qual- che tempo l’animale; in cambio questi due tipi si trovano a un tempo ne’ più profondi terreni fossiliferi! E mentre mol- luschi, pesci e rettili in una cert’epoca mostrarono di grandi trasformazioni, ì marsupiali pare sieno rimasti i soli rappre- sentanti del tipo mammifero. Il tipo rettile, quando non si sia trasformato, è tornato indietro perocché oggi non abbiamo il dinasauro, nè 1* iguanodonte. Le crittogame geologiche mostrano un organizzazione più complicata e possedono organi di vegetazione meglio specializzati delle viventi : e 1* embrione dicotiledone ha preceduto nelle conifere il monocotiledone. Similmente, se da una parte il cefalopede più semplice pre- cesse la forma più complessa, dall’altra questo tipo, che è il più alto nella serie mollusca, si trova riccamente rappresentato ne’terreni primitivi, dove fa difetto il tipo gasteropede che gh è inferiore. Per queste ragioni la classificazione naturale ha ancora biso- gno di lunghissimi studii ove voglia abbracciare la grand’epoca paleozoica.— Quando la storia della terra era divisa in più se- zioni distinte e indipendenti , il zoologo potea prenderne una e classificarla; ma oggi mi pare sia diverso. Per quante sieno state le vicende della creazione, a rigore 1’ epoca è stata una sola, composta di moltissimi periodi, e allora corre l’ob- bligo di comprenderla tutta. E in questa comprensione dovrà far entrare i così detti tipi profetici dall’ Agassiz, che non si prestano punto alla dottrina de’progressisti. Intendo parlare di quei rettili mostruosi del periodo triasico o del giurassico, che simboleggiano a un tempo più tipi di vertebrati — il Labmntodontej il Litosauro, VIctiosauro e il Plesiosauro. L’ è quasi una sintesi di tipi diversi che più tardi si trovano specializzati. E quando sopraggiunge la grand’ epoca terziaria scompariscono que’mostri, e subentrano i giganteschi pachi- dermi progenitori degli elefanti e degl’ippopotami Ecco adunque a che si riduce la dottrina de’ progressisti Il progresso c’ è stato davvero, ma non si è compiuto su una sola linea, nè è stato egualmente continuo su tutte le linee, e soventi non si può dimostrare che la logica dell’ ideale abbia signoreggiato le singole epoche della formazione degli esseri. A questo genere di quistione si collega essenzialmente l’altra della immutabilità della specie. — Cos’ é la specie? Quali de- vono essere i suoi confini naturali? S’è potuta dare facilmente una definizione generale, ma in tutti i singoli casi l’applicazione del principio è stata ed è soventi volte arbitraria. La specie è immobile, disse Cuvier, e ripeterono tutti.— E come lo sapete che sia immobile? E perchè non potrebb’ essere immobile an- che l’uomo, di cui vantate il progresso continuo ! Ma l’uomo progredisce pel suo spirito, rispondono, e gli animali non hanno spirito. Non è vero quel che dite: l’uomo ha progredito anche fisicamente : — l’uomo moderno è fisicamente diverso dall’uomo delle caverne, dall’uomo di 60 mila anni fa.— Nondimeno, e si ripeteva sempre, gli animali sono stati creati di getto e restano li mummificati a nient’ altro fare che mangiare e riprodursi. — Non vedete che gli antichissimi mo- numenti egizii, che ora ammiriamo nei musei di Londra e di Torino, fanno vedere tipi animali similissimi ai presenti? Sem- brano fatti jeri ! e dunque dove si trova la variabilità? Ecco l’errore! Voi credete che gli animali e l’uomo siano stati creati al tempo di Menete, il primo Re dell’ Egitto, o qualche mi- gliaio d’anni prima! —Se fosse così avreste ragione; ma fatto è che l’istoria mitica degli Egiziani e de’ Caldèi comincia molto prima della loro cronologia storica; e a 30 piedi al di sotto dello strato attuale del delta egiziano si trovano istrumenti uma- ni che ci riconducono a \ 7 mila anni prima dell’era volgare. Aggiungete in fine la risposta del Lamark, e cioè che quella regione dell’Africa è stata la meno variabile , e quindi non 21 c'era ragione che i tipi animali rimutassero. Ma bisogna an- dar oltre. Che cosa sono diventati gli 8 o i 10 mila anni ri- spetto alle centinaja di migliaja? Il Bronn calcola a 158,400 gli anni nei quali è durato il periodo alluvionale, ossia l’ul- timo periodo della formazione terrestre, che ha seguito im- mediatamente il diluvio. E questo é stato il gran periodo degli animali vertebrati superiori. Voi sapete, o Signori, che molto prima del Darwin il La- mark negò la fissità delle specie, e non ostante l’appoggio di Geoffroy Saint-IIilaire, Cuvier aveva acquistato tale autorità nella scienza che bisognò far silenzio. Il Lamark ammetteva la tendenza naturale alla variazione negli esseri ; ma si vide che questa variabilità avea certi confini.— Ammetteva però anche l'influenza dell’ambiente fisico, che ne'grandi periodi geologici dovett’ essere molto mutabile e potente : riconosceva l’azione modificatrice degl’ incrociamenti e poi il bisogno istintivo negli animali di adoperar certi organi più di altri nei bisogni deliavita, e così lo sviluppo di questi e la quasi atrofia degli altri. La dottrina del Lamark é molto seria sopratutto per ciò che ri- guarda gl’ incrociamenti, e si è cominciato da poco a ristudiar- la. Certo è che i meticci non sono sempre infecondi, e oggi si riconoscono esempi numerosi di fecondità illimitata. E nem- meno si può mettere in dubbio l’influenza modificatrice dell'am- biente e delle condizioni della vita. — Io, ad esempio, non posso credere interamente al racconto che si fa di quei poveri Irlandesi, che nelle guerre del 1649 e 89 tra l’Inghilterra e l'Irlanda furono espulsi dai loro paesi nativi e confinati nella regione montagnosa della baronia di Flews, e che condannati a morir di fame e d’ignoranza sieno ora divenuti simili ai Pa- pusi dell’ Australia, e ciò in meno di due secoli ; ma un grado di degenerazione ci ha da essere per quanto voglia esagerarla il Magazzino dell'Università di Dublino, che racconta per minuto questa vergogna umana La dottrina del Lamark adunque oggi s’è sottomessa a nuove riprove; ma è sopravvenuto il Darwin con una nuova dottrina. E badiamo: il libro del Darwin è uno de'libri più serii che siansi scritti in questo secolo. Questo libro, salvo TAgassiz, ha fatto un' impressione profondissima nell' animo di tutti i naturalisti più celebri dei due mondi. Quando la dottrina non ci piaccia pensiamo bene a criticarla con eguale serietà e con eguale dialettica, e sopratutto con eguale ricchezza di fatti ! Il Darwin ammette la gran legge della elezione naturale: quella legge terribile che Malthus desidera o riconosce anche nell'umanità: quella legge che nelle grandi catastrofi che minacciano ai viventi la continuazione della vita, ne distrugge infiniti, e solo quelli sopravvivono che hanno sortito dalla na- tura un qualche privilegio organico per cui si sono resi flessi- bili alle nuove condizioni o hanno potuto scampare ai pericoli. Ecco perchè alcune specie fossili fin dell' epoca siluriana sono arrivate sino a noi senza cambiamento e infinite altre son pe- rite per via. Aggiungete l'altra legge della trasmissione eredi- taria, che nella dottrina del Darwin è fondamentale. Su quest’ ultimo argomento potrei allegarvi fatti numerosissimi e di tutte le qualità, e sin di quelli che provano la trasmissione di una mutilazione accidentale accaduta ne’ genitori. Nessuno meglio de’ medici deve riconoscere ogni giorno questa legge fatale: il Waitz nella sua recente antropologia ne fauna storia completa, e non solo delle qualità fisiche ma delle disposizioni morali; e sotto questo punto di vista, o Signori, la storia de'po- poli è anch’essa ereditaria. Noi trasmettiamo ai nostri figli tutto Tesser nostro! Siamo noi stessi adunque che cooperiamo a fare la storia, spesso inconsapevolmente. E ora che c’ è ve- nuta questa idea pensiamo di farla a dovere ; e nessun popolo più dell’ Italiano, che vanta tanti diritti nella storia del mondo, deve ora sentire il bisogno di trasmettere alle future genera- zioni una gran ricchezza di civiltà e di educazione ! E qui mi 23 piace di riferire le parole del Virchow dette in un discorso po- polare dal titolo la Femmina e la Cellula: La formazione e « lo sviluppo della cellula embrionale nel corpo della madre, « la trasmissione delle qualità corporali e intellettuali del pa- « dre a questa cellula colla mediazione della sua semenza sono « de’ fatti che si appuntano a tutte le quistioni che lo spirito « umano s’é proposto in tutt’i tempi relativamente all’esisten- « za superiore dell’ uomo ! » Torniamo ora al Darwin. Uno degli argomenti più solidi della mutabilità progressiva delle specie, rispetto all’ altro della fissità e della creazione indipendente, si è che in varie sezioni del mondo organico tra due tipi di specie o di generi o di famiglie nettamente scolpiti e distinti se ne sono trovati molti altri che si differenziano per lievi caratteri, e intanto sta- biliscono una concatenazione che ravvicina gli estremi. Ebbe- ne, innanzi a questa dimostrazione scomparisce la fissità della specie, e non c’era bisogno che del gran fattore del tempo (e ora questo fattore s’ è trovato negli annali della geologia) per generare tante varietà, le quali finissero coll’essere delle specie distinte. Gli oppositori del Darwin han preso a volo questa ragione, e gli han detto : riempite adunque le grandi lacune e allora forse ci crederemo. Signori, codesta sarà un’opera erculea per i naturalisti, che dovrà durare molte generazioni, nondimeno ci si son messi fin da ora. Se nell’epoca attuale i lepidosireni e i protopteri han ricongiunto i pesci agli anfibii, nella paleozoica il labirindodonte ha colmato il vuoto tra gli anfibii e i rettili, come il dinoterio l’ha colmato tra le sirene e i pachidermi. I marsupiali, formati di tipi eterogenei, e che forse riempiono un’ epoca paleozoica la più estesa di tutte le altre appartenenti ai mammiferi, divergendo si rannodano a più tipi diversi di mammiferi placentari. Similmente tra il terribile orso fossile delle caverne e l’orso bruno attuale c’ è grande divario, ma quattro nuove specie fossili di orsi riempiono il vuoto. La bella memoria del Davidson sui bracliiopedi fossili delle Isole britanniche, e quella del Falconer sui proboscidei e sul rinoceronte, citati da Lyell, assicurano che si possano anche oggi riempire delle serie che parevano interrotte e che davano credito alla creazione indipendente. Signori, io non intendo di farvi un’ esposizione completa della dottrina del Darwin: non ne avrei nemmeno la capacità. Dico però che questa armonizza tanti fatti che parevano ine- splicabili, e infonde ne’ naturalisti una nuova logica, che potrà guidarli assai bene nelle ricerche naturali e nelle spiegazioni. Forse la sola dottrina del Darwin non basta per ispiegare il movimento delle specie : forse dovrà riprendersi in qualche parte anche quella del Lamark, e forse la recente dottrina del Baumg'àrtner, che ricorre ai germi stessi, ammettendo in que- sti una regolare trasformazione, potrà esser tenuta in qualche conto. Intanto la rivoluzione è accaduta in mezzo al classicismo dell’ immutabilità! Non so se il Renan dica bene, ma dico questo : « niente es- ce serci di più antifilosofico che la fissità della specie — di que- « sto dogma della predestinazione del mondo! —Tutto si muove « e sviluppa quaggiù ; e sarà sempre un grande errore quello « di vedere tutto in esse in luogo di vedere tutto in fieri. » VI. Un’ altra rivoluzione devo nominarvi e ho finito : quella che ha subito f antropologia in questi ultimi anni, ossia 1’ esistenza dell'uomo fossile, che il gran Cuvier credeva impossibile, come credeva impossibile le scimie fossili. La paleontologia ha dato torto a Cuvier arrivando fino all’ordine supremo dei primati. Si, o Signori, 1’ uomo ha coesistito con animali clic oggi sono scomparsi, ed ha abitato una superlicie terrestre 25 conformata diversamente da quella in cui è vivuto e vive tut- tavia l’uomo storico. Oggi adunque ci è un' epoca di più da studiare. Quando noi, che oramai siam vecchi, eravamo nelle scuole, c’era la sola epoca storica, nella quale sapevamo spingerci con qualche sicurezza. Poi se n’è creata un’altra di epoca, quella della mitologia comparata e della filologia, che in pochi anni ha rinnovato la storia per l’opera erculea degli etno- grafi moderni—di questi paleontologi del linguaggio umano; — e in fine un’altra più antica ancora, che è 1’ antropologia pa- leontologica. — Vedete, o Signori, le origini nostre si vanno di- lungando a perdita di vista ! Credevamo in buona fede che il blasone umano fosse già antichissimo quando potevamo farlo risalire fino alla Tebe dalle cento porte, onde parla Achille in Omero con grande meraviglia, o all’ obelisco di Eliopoli, o ai grandi monumenti di Ninive, che il Turismo inglese ci ha cosi bene riprodotti nel palazzo di Cristallo di Sydenamm ; ma esso é più antico ancora di altri 50 mila anni almeno! Signori, l’antropologia deve oramai far capo agli studii pa- leontologici ; ma non si può fin da ora prevedere a che ric- chezza di risultati riuscirà. Oggi non si può da alcuno revocare in dubbio 1’ esistenza dell’ uomo fossile convissuto col cervo gi- gantesco, coll’elefante primigeneo e coll’orso delle caverne. Nondimeno i cranii umani che ora possediamo, son troppo pochi per confrontarli tra loro stessi e con quelli dell’uomo at- tuale. Il Lyell pretende esser possibile che 1’ uomo sia anche più antico di quel che le ricerche paleontologiche fatte sul delta del Mississipi stabiliscono approssimativamente, e cioè a57600 anni. Il cranio di Neantherthal, trovato nel d 858, ha sicura- mente una conformazione bestiale, specialmente per la forte sporgenza dell’orlo superiore dell’orbita, per la depressione obbliqua del fronte all’indietro, e per l’obbliquità dell’occi- pite al davanti. Io ho esaminati i cranii del nero di Australia nel Museo unteriano di Londra, che pure oggi è il tipo più basso che viva, e panni che quello di Neanterthal sia anche inferiore ; dovechè il cranio di Engis trovato presso Liegi, e l’altro di Borceby in Danimarca mi pajono già qualcosa di me- glio del cranio di Australia. Quello di Danimarca però è di si- curo molto meno antico degli altri, poiché è coevo del busone e dell’ urus anziché dell’ elefante primigeneo e del rinoceronte tricorne. Quando la collezione dei cranii fossili sarà più nume- rosa e si potrà meglio determinare la loro antichità rispettiva, vedremo se anche da loro saranno confermati gli studii recenti del Broca e l’opinione de’più distinti antropologi moderni sul progresso fisico del cranio umano : vedremo se questo progres- so, che il Broca ha segnalato nei cranii paragini de’ tempi sto- rici e che è molto evidente nei Turchi e negli Ungheresi, sia più il prodotto della civiltà, che della legge naturale dello svi- luppo organico; e vedremo in fine se possa stabilirsi un riscon- tro tra l’abitatore attuale e i cranii fossili che per avventura si trovino nelle medesime regioni: — se i cranii delle caverne renane, come pretende il Vogt, sieno congeneri a quelli dell’O- landese, i cranii di Danimarca a quelli de’Lapponi e de’Fi- nui, il cranio di Lombrive al cranio della misteriosa razza basca e i cranii trovati nel delta dei Misissipì all’antica razza ameri- cana. L’autoctonismo dell’ uomo, senza negare le diffusioni e le emigrazioni storiche, acquisterebbe molti dati di probabili- tà, e la gran quistione sull’ origine unica o molteplice farebbe un buon passo. Signori, l’antropologo oramai deve accingersi a nuovi e la- boriosissimi studii e vestir l’animo suo d’innocenza primitiva. Deve, come ho detto del naturalista, svincolarsi dal passato e dall’ avvenire, e costruire una scienza positiva ricercandola e non creandola coi presupposti. La natura dell’ uomo è essen- zialmente sociale? Noi non lo sappiamo ancora; certo è che Yepoca della pietra,—di quei rozzi istrumenti di silice che tutti conoscono,—è durata centinaja di secoli, e non si trova altro. 27 L’uomo primitivo si nutriva di carne, di midolla di ossa e di molluschi, e non ebbe altro riparo che le caverne; — e solo dopo infinite generazioni pervenne appena a fare istrumenti di bronzo, a edificare abituri lagustri, a cibarsi di qualche vege- tale e ad avere per fido compagno il canis palustris. Il Zi- mermann ha trovato sul lago di Ginevra residui umani dell' e- poca di bronzo che rimontano appena a 40 mila anni! Qual differenza di tempo tra i 10 mila e i 57600 dell’uomo del Mi- sissipi! Qual lavoro portentoso ha dovuto durare questa natura umana, certo inconsapevolmente, prima di riconoscersi in sè stessa col linguaggio e di creare il mondo della storia acquistan- do l’intelletto del progresso morale indefinito! E ora noi siamo gli eredi consapevoli di questo immenso lavoro, e dobbiamo sentirci orgogliosi della nostra origine antichissima e del grado a cui siamo finalmente pervenuti! Meglio così: noi siamo i figli del lavoro umano, consapevole, o inconsapevole non importa; e il lavoro oggi è il vessillo dell’ umanità, della vera nobiltà umana, della vera democrazia ! Quel lavoro di metamorfosi e di sviluppo, che pare abbia generato tanti tipi animali, arrivato all’ uomo, s*è concentrato tutto in lui: — resta il tipo naturale, ma avanza e avanzerà ogni giorno il suo tipo morale con la perfezione del suo cranio. Io intendo parlare delle razze superiori e specialmente dell’uo- mo ariano., È possibile che Tuomo sia anche in questo da para- gonare alle serie animali, delle quali alcune han subito grandis- sime trasformazioni, altre, poche, e altre nessuna. I negri dell’Australia anche oggi si trovano nell’epoca della pietra; e se lo spirito della moderna civiltà ha cercato ogni modo d'infon- derne nei selvaggi dell’America, difatti però sta riuscendo a di- struggerli anziché a incivilirne qualcuno. Le razze umane su- periori hanno più attitudine a modificarsi fisicamente che, ad esempio, la razza mongola; e la civiltà rispettiva di questi popoli dimostra che in quelle c’è il progresso e in questa Yimmobilità, 28 pervenuta che sia a un certo grado di perfezione sociale. Era hello e generoso il concepire un’ essenza generale e unica della natura umana, che servisse di fondamento all’ antropologia ; ma Io studio che si va facendo ogni giorno sulle razze svariatissi- me che abitano la terra, ci va persuadendo che avevamo vo- luto conchiudere troppo presto. Noi delle due razze più nobili — l’ariana e la semitica — possiamo ben concepire un diritto pubblico e una filosofìa del diritto, e stampar codici e imporli ai popoli: —tutto questo mondo morale è l’espressione logica della nostra stessa natura.— Possiamo scriver libri di estetica e intenderci perfettamente sulla Trasfigurazione di Raffaello e sul canto della Francesca da Rimini. Ma se domani conquistassimo i Boschimani, i Damaras o i Galedoniani, e per farci intendere riuscissimo a insegnar loro una delle nostre lingue, crede un antropologo che questa gente anche a capo di molte generazioni gustasse l’Alighieri, e ammirasse Raffaello, e sentisse lo stesso bisogno di un diritto applicato alla convivenza civile? Io non so rispondere: è una domanda che fo all’ antropologia! Signori, ho finito. Io nella mia qualità di medico mi son permesso di portar qui tutte le mie convinzioni naturalistiche, e questi egregi Giovani ne facciano quel conto che credono. Io intanto non ho inteso di offendere il sentimento morale di nes- suna scuola; e benché sia sicuro di non avere una coscienza che rassomigli ai libri segnati a partita doppia, pure rispetto tutte le opinioni e applaudo cordialmente ai nobilissimi intenti delle scienze morali e speculative, e a ogni forma possibile di lette- ratura: — esse escono tutte dal fondo della natura umana! Non parlo delle filologiche e antropologiche : queste si sono quasi trasformate in scienze naturali, un po’ per la sostanza, e un po’ pel metodo delle ricerche. Mi pareva intanto necessario di ricordare a questi cari Giovani il bisogno supremo delle scienze positive. Oggi il progresso delle arti e delle scienze, dice il Lyell, è in ragione geometrica delle conoscenze particolari ; e non è vero quel che pretendono taluni, che in mezzo al mol- teplice e dal molteplice non possa sorger mai nulla che ap- paghi la ragione umana; la quale, dicono, aspira ai principii e all’ infinito. Anche i naturalisti vanno in cerca dell’unità, ma questa unità la ritroveranno un giorno con la scienza nell’ ar- monia necessaria delle leggi della Natura!...* * Come ho detto sopra, io pretendo di essere inteso con di- screzione dai miei pochi lettori intorno alla parte morale di questo discorso. — Io non ho voluto far quistioni filosofiche ; quindi non nego e non affermo nulla che si possa riferire ad esse. — Ilo creduto invece fosse molto utile in un discorso i- naugurale ricordare ai Giovani questo supremo bisogno che tutti dobbiamo sentire in Italia oramai delle scienze positive, senza le quali, al punto cui è prevenuta l’umanità, non pare sia possibile il progresso. Ebbene: io ho voluto dir questo e nient’ altro; e cioè che se si voglia studiare davvero, bisogna metter da parte qualunque ordine d’idee e qualunque spiega- zione che sia estranaturale, ossia che sorpassi i confini dell’e- sperienza. Ammettiamo, ad esempio, che io creda a un piano ideale e razionale degli organismi, ma non per questo io devo procedere teleologicamente nello studiarli. Il preconcetto di una causa finale mi toglie i nervi dell’osservazione sincera e libera, e spesso mi guasta le conclusioni. Rudolfo Wagner , gran fisiologo, naturalista e biblico a un tempo (quindi uomo senza sospetti) diceva il medesimo nel Congresso de’ naturalisti di Gottinga il 1854. —Non si può es- sere naturalisti, o fisici, o chimici, o medici e studiare davvero e con profitto uscendo dal mondo della materia e delle sue leggi! Fuori di questo mondo si può essere qualche altra cosa se così fa piacere; e infatti il Wagner lo disse franco a quel Congresso : « A me fuori di qua piace vivere di fede e di cre- denze religiose! »... —E un altro potrà dire: « e a me piace vivere di metafìsica » e sta benissimo, salvo ad aspettare il momento in cui ci accorderemo vivere tutti a un modo! — Aggiungo un’ ultima avvertenza, ed è che, ove mi si voglia considerare che questo rigorismo nello studio della natura non 30 sia una verità peregrina, è quindi non esserci bisogno di ram- mentarla, io mi permetterò subito di rispondere ch’egli nel fatto non conosce punto i vezzi di certe scuole in Italia, misti- che e iperboliche quanto non si può immaginare. Non sa co- stui che oggi si stampano, ad esempio, tesi inaugurali di noto- mia (badate: di notomial) dove sono consacrate più pagine a riferir passi di S. Anseimo e di S. Tommaso che a discorrere della materialissima materia anatomica! Sappia codesto e mi dica poi se le volgari verità che ho dichiarate , non valga la pena che si ripetano da me e da mille altri tutt’ i giorni.